Page 346 - Croniche e antichita' di Calabria 1610
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ilìfe^K foflero tutte congregate in vntsed) quelle len-
ta diuifione, nè cccettione alcuna tutti commoneinenitf
iueflero. Non patina egli,che iroói difcepoli folTeto de- sHAnì» di
gni di vederlò , onero s’accòftalTcrd alla prefenza Tua^ (tt /«««•
prima per cinque anni non foflTcrd Rari approuati d’hà»’
òcre oflcruato continuo filéniio; ma folo intcndeflèrd ^
quel rantOjche gl’era detto da quel luógo»doue egli Icg
gena, e doppo hauuta qucRa approuatione gl*era con-
cclTo raccoftarfr nella hia prelcnia ; pet lo ch’era nato
anticamente vn Prouerbio,quando fi vedeua vn huomo pr»utrlì»d*Pit
mal volentieri dare rìfpofte alle dimande.faotamiorpy- t^prici.
ibugorcis. e S Bafilioncl libro de Inftitucnda rationc ftu- SJ^/ìli§t
diorum rirerifce,che Putagbraeircndofi vna volta incori
rraro con alcuni gióuanetti\ Irquali coronati di verdura
pieni di lulTuria andauahtì.pcr la città ballando, faltan-
do,e beuendo vino korin quefta cala, 8c hor in qucll’al-*
tra,diirc a! mulìco,che Ibnaua nel (altare,e ballare dico»*
loro,che lafciaffc’l cominciato fuóno, e che mUtalTe l’ar-
tnonia in quel fuonò , che canta in modo dorico; ilche Pitu^$rMnmU
fitto dal muficb , dofa mirabile è Rata > torto s’accórfero f **^*_^
gl’iibbriachi giouani della loro vbb¥i*chczza,e talmente
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fi vergognarono, che gittatcle còtone in tetra tutti pieni
di tortore ritòtnarono nelle proprie cafe. Soleua anchora
TpelTo dire Pittagorà a’ fuoi difcepoli prim3,ch‘andairero
nella fera à dormire,trecofe doueflerò penfare, cioè, in
ch’hò errato? checolà hò fatto? e delle cofe^lcquali do-'*
Uenofàre,qUal’hò lafciato? & anco infegnaua; del bene
ch’hai fatto rallegrati, e del male fà che fempre ti doglia,
& à tre cofe deui auczzarti à comandare, primo al ven-
tre , fecondo al fonno,c terzo alla lulTiiria. Lequali cofi>
oltre che fono riferite da S Bafilio, fono portate da Co»
Rantino Lafcari nei predetti aurei verfi. Marco A urelio CtftÀtini
Im pcrarore tcneua come cofa à fecariflima vna pietra pietra di
fcritta dalla propria mano di Pittagora, laquale dall’irtef- fcritté
fo Pittagora era tenuta sù la porta delle fua Academia,
nella quale erano fcritte qucRe parole. Chi non (ape
Quchchefaper deuc,c vn bruto trai brutiichi non sà più
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