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“Sii troppo saldo per gli affanni, troppo bello per la rabbia, troppo stabile
per la paura e troppo forte per i fastidi, ed è allora che ti conoscerai,
nel tuo cuore”
Ero molto provato dallo sforzo di quei mesi (in particolare) e di quegli anni che ne hanno posto
la fondazione, ma alla “fine” era stato assai proficuo mantenere un intenso focus ininterrotto
su questa ricerca mentre mi prendevo cura di tutti gli altri aspetti della mia vita; tra i quali anche
una responsabilità molto impegnativa nel non profit, impegni che non mi lasciavano neanche
un secondo per me stesso e che anzi richiedevano di concentrare il tempo e gli sforzi per farci
stare tutto nelle comunque insufficienti 24 ore. Il tempo per la mia ricerca lo dovevo
praticamente “inventare” al di là dei miei imprescindibili impegni, dandomi un maggior ritmo
ed allo stesso tempo “rallentando” il tempo e “dilatando” la mia mente. Qualsiasi cosa facessi
questa ricerca manteneva la priorità nei miei pensieri, nella mia tensione idealistica; era la mia
ragion d’essere - potremmo dunque dire il mio ikigai - pure mentre dormivo. Ma se da una parte
ciò mi richiedeva tante energie, allo stesso modo la continua scoperta mi ricaricava.
Tutti questi molteplici sforzi sono stati determinanti per accedere alla personale comprensione
del modello di integrazione personale, in quanto, a mia semi-insaputa, terreno di
sperimentazione multidimensionale – spirituale, mentale, emozionale e fisico - delle dinamiche
del modello stesso. Dinamiche che, ne ho dedotto, non possono essere analizzate e comprese
se non nella loro interezza-interrelazionale; dimensioni dell’essere che devono essere poste
molto attivamente in relazione - quanto più si mettono in relazione accrescitivamente, tanta
più comprensione se ne ricava. Un particolare focus-ritmo è necessario per unificare ciò che
cerca di mantenersi su strade separate a causa dell’inerzia-difficoltà (di taluni atteggiamenti
frenanti, “timorosi”, “distratti”, ecc.) nell’integrarle nella propria consapevolezza; soprattutto
per arrivare a comprendere il bello di una vita multidimensionalmente vissuta con un
appassionato senso di ‘ama la vita, ama il pensiero, ama il lavoro, ama la sfida’; di ‘ama divenire
nel saper essere’, contribuendo al miglioramento di ciò che è intorno a sé.
Pratica che si dimostra essere alquanto difficile – si rischia il burn-out psicofisico - e richiede un
particolare training di competenze di unificatore, in questo mondo disunificato e bisognoso di
soluzioni di armonia. Non facile unificare le varie dimensioni di sé stesso; per esempio le proprie
emozioni in lotta (ma a volte spente) che a volte “insorgono” contro una parte composta,
costumata e misurata della propria mente, mentre si tende ad aggrapparsi ad un
“compromesso-impasto” di credenze-speranze che però non rende comunque davvero felici
perché i propri ideali appaiono rimanere lontani con la sensazione a volte di essere irrealizzabili;
oppure perché non vi sono ideali nei propri orizzonti ma solo speranze “che io me la cavo”. “Si
può fare di più”, recita una nota canzone … difficile farlo a livello organizzativo quando si fa già
parecchia fatica a farlo a livello personale. Come citato precedentemente, se non si è unificati
in una “risonanza orchestrale” di chiari intenti di forte ragione dell’essere, il proprio costrutto
identitario tende a confondersi in una strana convivenza di più “io-me” con energie in parte
dissonanti e che dunque in qualche modo confliggono sottraendosi forza a vicenda. Una
consapevolezza spirituale unificante è necessaria, e la relativa disciplina, per convergere
consapevolmente nel proprio centro spirituale, il proprio cuore, in una principio-guidata
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