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dello spirito di solidarietà nel mondo – basti pensare al divario tra le nazioni ricche e quelle dove
               migliaia di bambini continuano “ispiegabilmente” a morire ogni giorno nel mondo pur non
               mancando le risorse  -  la  nostra missione  rappresentava  una “provocazione” ad aprire
               “irragionevolemente” un po' di più le porte della propria vita agli altri. Tant’è vero che nel nostro
               giro quotidiano di “operai full-time del buonumore” molti la porta … non la aprivano affatto,
               altri si mostravano stupiti alla domanda “sono un volontario; c’è qualcosa che posso fare per
               voi?” e dicevano che non gli serviva niente; qualcuno meravigliato ringraziava tornando alle
               proprie occupazioni, ed un certo numero di anziani, spesso donne sole, aprivano la porta con
               curiosità e ci facevano accomodare. Dopo le presentazioni queste persone finivano spesso per
               raccontarci le loro difficoltà e la loro vita, che a quanto pare non interessava più di tanto a
               nessuno; racconti che  noi  ascoltavamo con molta attenzione  e coinvolgimento empatico.
               Cosicchè, noi, armati di voglia di dare la nostra buona volontà agli altri, finivamo per ricevere,
               l’affetto di tante persone sole che ci arricchivano con l’esperienza della loro vita. Qualche mano
               d’aiuto alla fine la si dava e c’era chi per cercare di sdebitarsi ci offriva del denaro; offerta che
               noi  gentilmente  declinavamo. Oppure, se proprio  “dovevamo”  prenderli, lo usavamo per il
               nostro volontariato, nella considerazione che non erano soldi nostri. Riguardo al nostro alloggio,
               una coppia che aveva una figlia che faceva il medesimo nostro volontariato a Milano ci aveva
               messo a disposizion una stanza dove stare e ci accoglievano sempre con grande calore umano.
               Giorno dopo giorno il rapporto con queste amiche ed amici cresceva al punto che ci trattavano
               come fossimo loro nipoti; il mio cuore si espandeva ogni giorno di più e sentivo di amare questa
               città con tutto me stesso, profondamente. Quel genere di vita era diventato per me e Pietro
               una cosa assolutamente normale e non pensavamo ad altro di meglio, era diventato il motivo
               della  nostra  esistenza,  un sogno ad occhi  aperti.  Relativamente alle  nostre  occupazioni
               lavorative, da un po' di mesi lui aveva messo in “stand-by” la sua galleria d’arte ed io il mio
               lavoro di operatore tecnico alle Poste a Torino.
               Un tardo pomeriggio Pietro, che tra i due era il responsabile, mi propose di andare a fare una
               passeggiata meditativa lungo la spiaggia, cosa che di tanto in tanto facevamo per approfondire
               in noi stessi, nell’ispirante contesto della natura, il senso di ciò che stavamo facendo. Mentre
               camminavamo  “respirando” la  bellezza della  scoperta e dell’avventura  che stavamo
               sperimentando successe una cosa a dir poco straordinaria, e inspiegabile con l’intelletto: mi
               ritrovai tutt’a un tratto in un’altra dimensione, qualcosa che si potrebbe definire “un cosmo”,
               in una sensazione di grande amore che avvolgeva tutto in mio essere come in un abbraccio
               totale, mentre sentivo di salire sempre più in alto in un movimento a spirale, come la forma del
               dna.
               Il posto non era ciò che potremmo definire un luogo; oltretutto in un “posto” assimilabile ad
               uno vuoto cosmico circondato da “stelle” ci si aspetterebbe di morire di freddo all’istante ancor
               prima che  di asfissia. Invece la sensazione  era di avvolgimento di  amore,  così  immenso  e
               pervandente che non mi chiesi come fossi giunto lì e perché; era semplicemente troppo bello,
               intenso e, si potrebbe dire, naturale, che la necessità di porsi domande non aveva proprio
               ragione di essere: ero in estasi; “avevo” tutto ciò che si potesse desiderare dalla vita, proprio
               tutto, un Amore sconfinato.
               Avevo scelto di fare questa esperienza  di volontariato,  di tipo spirituale, poiché attratto
               dall’idea di un mondo migliore dove tutti ci si vuole bene e ci si aiuta; nell’idea che dovesse
               esserci un principio universale unificatore e qualcuno che lo avesse stabilito con amore. La
               motivazione non era basata sulla ricerca di esperienze di elevazione spirituale; non avevo mai
               letto la vita di mistici, né avevo mai sentito parlare delle loro esperienze spirituali. Pertanto non



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