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avevo idea alcuna di qualcosa che potesse essere definito ‘estasi’; ed intanto io ero lì, “rapito”
               in    quella   esperienza
               assolutamente reale e
               “vibrante”,  letteralmente
               “sopraffatto” da una fonte
               di amore, un’esperienza
               che non ci si può inventare
               con l’immaginazione e che
               non    si  può    davvero
               spiegare a parole. L’espe-
               rienza  era così meravi-
               gliosa che io sarei rimasto
               in eterno in quel “cosmo”
               ad assaporare la sen-
               sazione  di “riempimento
               emozionale dell’anima”;
               ero come sospeso nel-
               l’infinito ed allo stesso tempo risalendolo verso “l’alto”. Nella mia vita non avevo provato niente
               che potesse essere minimamente paragonabile.
               Mentre io “volavo” in quella beatitudine senza la sensazione del tempo – eterna - ad un certo
               punto però successe qualcosa di “temporale”: la mia mente emotiva (intelletto condizionato da
               emozioni negative), che era stata totalmente silente fino ad allora, pervaso com’ero dalla gioia,
               s’intromise ed interruppe l’incanto preoccupata del fatto che avevo lasciato solo Pietro e “me
               ne ero andato via”; cosa che non si addiceva giacché Pietro era la mia guida. Una sensazione di
               paura prese immediatamente il sopravvento su di me, un “riflesso condizionato” di autogiudizio
               per essermene andato via a fare “una cosa personale” mentre io ero lì per uno scopo condiviso.
               Ciò non era in realtà il caso giacchè io non me ne ero andato via, né tanto meno ero andato via
               a fare cose mie personali. Il punto era il tipo di educazione che avevo ricevuto nella mia vita,
               volta a considerare con un certo timore-rispetto l’autorità qualunque fosse il contesto e la
               persona; e Pietro, che era persona molto navigata della vita, oltre che più avanti di me negli
               anni, in quel contesto rappresentava per me il riferimento da seguire nel mio appena iniziato
               nuovo percorso apprenditivo di “volontario della regola d’oro”. Ma c’era un altro aspetto: chi
               ero io per gioire di questo “ben di Dio” di benedizione cosmica quando a “veder bene” ero una
               persona senza niente di speciale e nessun merito? Questa infatti era l’immagine condizionata e
               condizionante che avevo di me stesso.
               Per quanto ciò possa sembrare strano, quando fui preso da questo senso di colpa fu istintivo
               “scappare” dal quel luogo di gioia estatica, per essere lì dove “giustamente dovevo essere” – al
               fianco di Pietro; fui dunque “rapito” (qui è il caso di dirlo) nel livello di coscienza del mondo
               “fisico-inferiore” dal quale mi ero staccato senza cognizione del fatto, e fu naturale a questo
               punto  riaprire gli occhi. Mi accorsi  stupito  di  trovarmi  ora  in uno scenario completamente
               diverso, immobile in piedi sulla spiaggia, mentre Pietro camminava lentamente alcune decine
               di metri più avanti. Poiché mi sentivo in colpa, mi misi a correre per raggiungerlo quanto prima
               in modo che non si accorgesse della mia temporanea assenza al suo fianco; raggiuntolo, cercai
               di respirare piano per non far sentire il mio fiatone. Nel silenziare il volume del mio respiro io in
               realtà stavo silenziando in me l’esperienza appena vissuta, poiché “non prescritta/autorizzata”:
               la paura di liberare in me la fede nell’amore ideale e connermi così al centro di me stesso e



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