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e diventare  così un  grande leader. Queste sono le esperienze che una persona deve  maturare prima dei
            trent’anni.

            Oggi dico ai giovani di provare davvero tutto quello che è possibile al mondo. I giovani devono sperimentare,
            direttamente o indirettamente, tutte le opportunità  che  il mondo offre loro, come se divorassero
            un’enciclopedia. Solo così possono formarsi una loro identità.

            A Tokyo ho mangiato e dormito insieme con i manovali, ho condiviso il supplizio della fame con i mendicanti, ho
            conosciuto la durezza della vita e mi sono laureato nella filosofia della sofferenza.

            Benché fossimo stati liberati dal dominio giapponese, la nostra patria fu divisa in due lungo il 38° parallelo (…) I
            profughi stavano già riversandosi verso Sud per sfuggire al dominio comunista. In particolare, il rifiuto della
            religione da parte del partito comunista spingeva molti Cristiani a dirigersi verso il Sud, in cerca della libertà di
            praticare la loro fede. I comunisti avevano etichettato la religione come l’oppio dei popoli e sostenevano che
            nessuno dovesse avere una religione.

            [A Pyongyang] il cristianesimo si era radicato tanto profondamente in quella città che era conosciuta ormai come
            la «Gerusalemme dell’Est». Durante la loro occupazione, i Giapponesi avevano cercato in tanti modi di soffocare
            il cristianesimo; costringevano i coreani a partecipare ai riti nei templi scintoisti, e li facevano inchinare nella
            direzione del palazzo imperiale di Tokyo.

            [le autorità comuniste] mi fecero anche interrogare da un esperto sovietico, ma non furono in grado di provare
            che avessi commesso un qualsiasi reato. Alla fine, dopo tre mesi, fui dichiarato non colpevole e rilasciato, ma
            nel frattempo ero stato ridotto in condizioni fisiche terribili. Durante le torture avevo perso talmente tanto
            sangue che la mia vita era in grave pericolo.

            Il 22 febbraio 1948 fui nuovamente posto in arresto dalle autorità comuniste. Fui accusato di essere (…) un
            disturbatore dell’ordine sociale. In prigione, i miei carcerieri mi picchiavano incessantemente e pretendevano
            che confessassi dei crimini. Anche se vomitavo sangue ed ero a un passo dalla morte, riuscii a non svenire. A
            volte, il  dolore era  così intenso  da piegarmi in  due. Senza pensarci mi trovavo a pregare:  (…)  «Dio,  non ti
            preoccupare di me. Sun Myung Moon non è ancora morto».

            Ogni volta che crollavo sotto i colpi, resistevo dicendo a me stesso: «Sto ricevendo queste percosse per il bene
            del popolo coreano. Sto versando lacrime per confortare il dolore del nostro popolo». Quando le torture erano
            così dure che arrivavo al punto di svenire, immancabilmente sentivo la voce di Dio. Nei momenti in cui sembrava
            che la vita stesse per lasciarmi, Dio si manifestava. Il mio corpo porta ancora molte cicatrici delle ferite che mi
            furono inferte allora. La carne che mi fu strappata dal corpo e il sangue che persi sono stati reintegrati, ma le
            sofferenze di quell’esperienza sono rimaste con me in quelle ferite.  Spesso ho guardato quei segni e mi sono
            detto: «Poiché porti queste cicatrici, dovrai avere successo»

            La prigione di Heungnam era un campo di lavoro forzato per prigionieri sottoposti a regime speciale; il lavoro si
            svolgeva nella vicina fabbrica di concime chimico azotato. Fui sottoposto a quel regime per due anni e cinque
            mesi.

            I comunisti nordcoreani avevano copiato il sistema sovietico e condannavano tutti i prigionieri a tre anni di lavori
            forzati. In realtà, i prigionieri normalmente morivano nel campo di prigionia ben prima che avessero finito di
            scontare la loro pena.

            La nostra giornata cominciava alle 4,30 del mattino. Ci facevano mettere in fila, inquadrati nel piazzale, e ci
            ispezionavano il corpo e gli abiti, per verificare se avessimo indosso materiali non autorizzati. Dopo la
            conclusione  dell’ispezione ci davano da mangiare  un pasto disgustoso. Poi marciavamo per circa  quattro
            chilometri fino alla fabbrica di fertilizzante (…) D’inverno la neve era più alta delle persone.

            La strada gelata era estremamente scivolosa e il vento freddo soffiava ferocemente. Eravamo senza energia,
            anche se avevamo appena consumato la colazione, e le ginocchia cedevano. In ogni caso dovevamo arrivare fino
            al luogo di lavoro, anche se questo significava trascinare le gambe esauste per tutto il percorso. Il nostro lavoro


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