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consisteva nello scavare il fertilizzante dalla collinetta e riempire con le pale dei sacchi di paglia. Chiamavamo
            quella collinetta, alta più di venti metri, «la montagna del fertilizzante».

            Eravamo organizzati in squadre di dieci uomini, e ogni squadra aveva la responsabilità di riempire e caricare
            milletrecento sacchi al giorno. Così, ognuno doveva riempirne centotrenta. La squadra che non avesse realizzato
            la sua quota avrebbe avuto la sua razione di cibo dimezzata. Tutti lavoravano con la consapevolezza che la loro
            vita sarebbe dipesa dal completamento della quota.

            Ho sempre avuto un’eccellente forza fisica; in un’occasione, però, mi ammalai gravemente, con sintomi simili a
            quelli della tubercolosi. Stetti male per circa un mese, tuttavia, non saltai neppure un giorno di lavoro nella
            fabbrica. Sapevo che, se fossi stato assente, gli altri prigionieri avrebbero avuto la responsabilità della mia parte
            del lavoro.

            I prigionieri erano anche esposti all’acido solforico, che veniva usato nella produzione del solfato di ammonio.
            Quando lavoravo nelle fonderie Kawasaki, in Giappone, ero stato testimone, in diversi casi, della morte per
            avvelenamento delle persone  che  stavano  pulendo  le cisterne,  usate per  conservare l’acido  solforico. La
            situazione a Heungnam era di gran lunga peggiore. L’esposizione all’acido solforico era talmente dannosa da
            provocare la caduta dei capelli e da produrre sulla pelle grandi vesciche, dalle quali colava un liquido purulento.
            La maggior parte dei lavoratori della fabbrica cominciava a vomitare sangue e moriva nell’arco di circa sei mesi.
            Ci coprivamo le dita con pezzi di gomma, ma l’acido corrodeva in fretta queste protezioni. Anche i vapori acidi
            consumavano gli abiti, rendendoli inutili, e la pelle si spaccava e sanguinava. In certi casi la carne si consumava
            ed apparivano le ossa. Dovevamo continuare a lavorare senza neanche un giorno di riposo, anche quando le
            ferite sanguinavano e rilasciavano pus. Il nostro pasto consisteva dell’equivalente di due piccole ciotole di riso.
            Non c’erano contorni, ma ci veniva data una zuppa di foglie di rafano in brodo. La zuppa era tanto salata da
            bruciare la gola, ma il riso era così duro che non lo si poteva mangiare senza intingerlo nel brodo. Nessuno ha
            mai lasciato una sola goccia di zuppa. Quando ricevevano la loro porzione di riso, i prigionieri la ingoiavano in un
            solo boccone. Dopo aver mangiato il proprio riso, si guardavano intorno, a volte allungando il collo per osservare
            come gli altri mangiavano. Di tanto in tanto, qualcuno metteva il cucchiaio nella scodella di un altro e scoppiava
            una lite.

            Solo chi l’ha provata può comprendere la sofferenza della fame. Quando una persona è affamata, un singolo
            granello di riso diventa preziosissimo. Ancora adesso mi sento in tensione al solo pensare a Heungnam.

            La vita in quella prigione era così terribile che chi non l’abbia sperimentata non può neppure immaginarla. Metà
            dei prigionieri morivano entro il primo anno, così ogni giorno passavano sotto i nostri occhi i cadaveri che
            venivano portati fuori dal cancello posteriore in contenitori di legno. Lavoravamo molto duramente e la nostra
            unica speranza di andar via di là era da morti, in una di quelle bare. Anche per un regime spietato e crudele, il
            modo in cui ci trattavano andava chiaramente oltre i confini dell’umanità. Tutti quei sacchi di fertilizzante,
            riempiti con le lacrime e la sofferenza dei prigionieri, venivano stivati nelle navi e portati in Russia.

            Tutti i giorni ci dicevano che dovevamo scrivere lettere di ringraziamento, descrivendo cosa avessimo imparato.
            Io però non ne scrissi mai neppure una pagina. Si aspettavano che scrivessimo cose del tipo: «Nostro padre Kim
            Il Sung, per amore nostro, ci dà cibo da mangiare tutti i giorni, ci dà pranzi ricchi di carne e ci fa condurre questa
            vita meravigliosa. Sono così riconoscente». Non avrei potuto mai scrivere niente del genere. Anche se fossi stato
            costretto a guardare la morte negli occhi, mai avrei presentato questo tipo di lettere.

            Anche in prigione mi piaceva dedicare quanto più tempo possibile a parlare con gli altri. C’erano sempre attorno
            a me persone desiderose di ascoltare quel che avevo da dire. Nonostante la fame e il freddo della vita da recluso,
            sentivo tanto calore nella conversazione con quelle persone, con le quali avevo un’affinità di cuore. Di quelle
            relazioni, allacciate a Heungnam, rimasero dodici uomini, che sentivo vicini come compatrioti, ma allo stesso
            tempo sentivo che mi erano vicini come se fossero stati la mia famiglia. Con loro avrei potuto passare il resto
            della mia vita.





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