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Con quelle persone condivisi emozioni intense, in situazioni nelle quali erano in gioco le nostre vite. Per questo
            le sentii più vicine della mia stessa carne e del mio stesso sangue.

            Un giorno Gesù apparve proprio davanti a me con il volto piangente; questo fatto costituì per me una chiara
            premonizione, così gridai: «State tutti vicino a me!». Poco dopo, una bomba esplose a dodici metri da dove mi
            trovavo. I prigionieri che mi erano rimasti vicini sopravvissero. Quando i bombardamenti si fecero più intensi, le
            guardie cominciarono  le  esecuzioni dei prigionieri. Chiamavano i numeri dei prigionieri  e  dicevano loro di
            prepararsi a partire, prendendo con sé razioni di cibo per tre giorni e una vanga. I prigionieri immaginavano che
            sarebbero stati trasferiti in un’altra prigione, ma in realtà venivano condotti sulle montagne, dove erano costretti
            a scavare le buche in cui sarebbero stati sepolti subito dopo la loro esecuzione. La chiamata dei prigionieri
            seguiva l’ordine della durata delle rispettive condanne, e quelli che avevano le pene più lunghe da scontare
            erano chiamati per primi. Mi resi conto che il giorno successivo sarebbe venuto il mio turno. La notte precedente,
            le bombe caddero come la pioggia nella stagione dei monsoni. Era il 13 ottobre 1950 e le forze statunitensi,
            dopo  lo sbarco vittorioso ad Incheon, avevano risalito la penisola, avevano  liberato Pyongyang e stavano
            spingendosi verso Heungnam.  Quella  notte, i soldati americani attaccarono Heungnam  con tutte le  forze,
            precedute dai bombardieri B-29. Il bombardamento fu così intenso da far sembrare che tutta la città fosse
            diventata un mare di fuoco. Le alte mura che circondavano la prigione cominciarono a crollare e le guardie
            corsero a mettersi in salvo. Alla fine, il cancello della prigione dove eravamo rinchiusi si aprì. Verso le due della
            mattina,  camminando dignitosamente,  uscii tranquillo  dalla prigione  di Heungnam.  In totale  ero rimasto
            prigioniero per due anni e otto mesi, e avevo un aspetto terribile. Sia la mia biancheria che i miei abiti erano
            ridotti a brandelli.
            L’esercito nordcoreano aveva requisito  le strade  di
            pianura per il transito dei militari, perciò viaggiammo
            attraverso le risaie ghiacciate, dirigendoci verso Sud
            più in fretta che potevamo. L’esercito cinese non era
            molto indietro rispetto a noi, ma era difficile procedere
            speditamente, dal momento che uno di noi non poteva
            camminare. Almeno per metà del percorso la strada
            era pessima; dovetti quindi portare Pak sulle spalle,
            mentre Kim  spingeva  la bicicletta vuota. Pak
            continuava a dire  che non voleva  esserci di peso  e
            cercò diverse volte di  togliersi la vita. Lo convinsi a
            proseguire, rimproverandolo più volte, e  restammo
            insieme fino alla fine.                                Il Rev. Sun Myung Moon insieme al “presidente”
                                                                   nord  coreano Kim Il Sung  nel 1991; nell’occa-
            Eravamo profughi e  con  noi non avevamo nulla  da     sione di  quell’incontro lo ha  invitato  a con-
            mangiare (…) riuscimmo a malapena a sopravvivere.      siderare seriamente  la riunificazione della
                                                                   penisola coreana come importante opportunità
            Sono due le cose  che dovremo lasciare ai nostri       di sviluppo e a firmare l’intesa per  la
            discendenti  quando moriremo. Una è la tradizione,     denuclearizzazione.
            l’altra è l’istruzione. Un popolo senza tradizione è un
            fallimento. La tradizione  è l’anima che consente a un popolo di esistere;  un popolo senz’anima non può
            sopravvivere. La seconda cosa importante è l’istruzione. Un popolo che non tramanda un’istruzione ai suoi
            discendenti è anch’esso un fallimento. L’istruzione ci dà la forza di vivere con nuove conoscenze e nuovi obiettivi.
            Tramite l’istruzione, la gente acquisisce la capacità di discernere necessaria per la vita. Chi non sa leggere è
            ignorante ma, una volta istruito, saprà come usare la propria conoscenza nel mondo per dare una direzione alla
            propria vita. L’istruzione ci aiuta a comprendere i principi secondo i quali il mondo opera. Per aprire nuove
            prospettive per il futuro, dobbiamo, da una parte, trasmettere ai nostri discendenti la tradizione che ci è stata
            tramandata  attraverso i  millenni e,  dall’altra parte, impartire  loro l’istruzione concernente le  cose nuove.
            Quando la tradizione e le nuove conoscenze sono adeguatamente integrate nella nostra vita, da esse nasce una
            cultura originale. Tradizione e istruzione sono entrambe importanti ed è impossibile stabilire quale delle due



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