Page 418 - Croniche e antichita' di Calabria 1610
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—T ERI            O.     ai»

       nate ìnttcfaincnte nel Tempio di Giuoonc taciditte chT
       iuifbdefo o£fecù alcuni facriHcij percrpiationedel delie*
        co, e placatione delia Dea • Doppo per tal commedb cf
       '
       rote pari Fuluio Fiacco la condegna pena; impeti ch'eli
       fendo li Tuoi due fìglicolPeirercico in Schiauonia«gli voti
       ne noua,ch*vno di loro era mortole l’altro llaua in perico
       loHilìma infermiti di morire* Per laqual cqfa entrato Fui
       uio in camera pieno di dolore tanto lì coocriUò , ch’en*
       trando doppo nel mattino li ferui ^ videro luì con yn ca«<
       peftrq.appeib per la gola • 6c incorno i quello vi fù ope*
       nione,che Tira di Giunone Lacinia per lo>fpogliato tein*
       pio gl’haueUe alienato la mente , e fattofinice la vita ca
       tal infelice morte * Quanto all’innumerabili ricchezze
       del predetto Tempio fi Ei mcnxione appl;eiro diuer lì auto
       ri, e Cicerone in particolapencl primo libro dedtuinatio
       ne famentione della colonna d’oro, done dice, che quei*
       la colonna d’oro, laquaPera nel Tempro di Giunone La*
       cinia, elTendo Unta rubbaca da Annibaie Afncano',dubi-'
      .landò lui fc folTe folamence inaurata di fuori, ouero IbA
       fe d’oro incieaamenre, hauendo volontà di portarla leco,
       l’hà fatto perforare dali’vna parte airalcra,e vedendo,eb.’
       era tutta d’oro, fcrmò’l'p enfierò di penarla; ma ecco nel
       ^  mezza none, mentre egli dormiua  ,  grapparne in fo^
       gno la Dea Giunone, egli predilTcjchc s’egli faceSe que-
       llo ano, s’apparccchiall'c à perdere Tal no occhio,col qua
       le vedeua bene  : laqual cola non fù difpreggiata da,An-
       nibale, mà rollo prefe quel l’oro, ch’era vfciio nel
       rarc.dclla colonna, e l’hà fatto colare in forma d’vna ver*
       ghetta, c riporla Ibpra l’iftefla colonna, fiche limafc quel.
      ]a«inratta nel predetto Tempio * Tutto ciò racconta Ci-
       ccroncpertcflimonianza di Celio  , le cui parole fono in
       quella forma  . ^Amibulem  fcrìbit J cum columna
      illam anream^qua crat infano lunonis LacinU,ayfi:rret^dubi n~
      ntq; ’ptrum ea folida efkty an extiinfcctu inauratay pfttenbra
      uifje^ iunuf; foUdam inuenijj'et, HatJiifittq; toUe^eycifamdtim
      tfuìctfm vijam tjfe Iwionew^pradicercne idfacaet;
                      ytAum quoq; ocplum, qua bene vidk^
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