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Come  da tempo  evidenziato  da assessment psicometrici del QE  (quoziente di intelligenza
               emotiva) di manager “QI-abili” ma con assai modesti risultati, era errata la credenza che un QI
               medio-alto corroborato da un necessario bagaglio di conoscenze professionali fosse sinonimo
               di sufficienti competenze per il successo nel relativo ambito applicativo; e sono socialmente
               tristi, sotto i nostri occhi, i risultati dell’interazione “a ribasso” dell’effetto moltiplicatore
               “+QI × -QE”, cioè quando reattività/freddezza/passività di personale “conto corrente emotivo
               in rosso” destabilizza  una già  incerta  intelligenza razionale alla ricerca di soluzioni di
               sopravvivenza, con effetto del tipo “-1,5QE × QI = -1,5 Qdce” di “quoziente dinamico di credenze
               emotivizzate” che moltiplica i problemi anziché ragionarli con lungimirante e generosa visione
               d’insieme.

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                                                   Contenuti da inserire

                           Il QI ed alcuni tra i diversi approcci psicometrici adottati, in relazione al QE.

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               Visti in ottica pedagogico-formativa, i troppi “QI × QE problems” socio-economici che ci si trova
               ad affrontare oggigiorno non possono che avvalorare le tesi spirituali che non vi sia sufficiente
               “alfabetizzazione emozionale”  alle logiche della  sensibilità empatica e della  felicità  QE-
               alimentata e che la ricerca di “ikigai-ragione di propria esistenza” può venire maldirezionata
               da un QE sofferente o in stato di “dissesto” alimentando ‘e-mozioni’ (energie in movimento)
               senza un ‘Q-logico direzionato-normalizzante’ di “Q-Sentimenti” di ragione di esistenza di ben-
               essere condiviso e relativo benessere-eccellenza di prosperità che ne deriva nel tempo. Ma né
               in ambito  religioso, né in ambito  ‘accademico-spirituale’  mancano  gli  “abbecedari”  della
               ragionevolezza dell’agire saggio e virtuoso.
               Il concetto di intelligenza emozionale (e relativo QE), per esempio, ha fatto il suo ragionato
               ingresso nei circoli accademici  tra il 1989 ed il  1990  (modelli descrittivi dei  professori  S.
               Greenspan, P. Salovey e J.D. Mayer) supportato da numerosi successivi contributi di ricerca (in
               particolare  lo  psicologo e scrittore statunitense  Daniel Goleman  e molti  altri;  sono
               fondamentalmente tre oggigiorno i modelli di riferimento), che hanno reso popolare il concetto
               evidenziando (appunto, come sopra accennato)  che non basta  un  medio-alto QI ai fini del
               raggiungimento e mantenimento di uno standard di eccellenza in un’organizzazione, che in
               quanto  dimensione  sociale  obbiettivi-relazionata  necessita  di  intelligenza relazionale,  di
               intelligenza sociale e soprattutto di visione lungimirante-generoso-motivata di investimento
               personale. Notevoli le sfide nel cercare d’implementare circoli virtuosi di ‘intelli-consapevolezza
               relazionale’ nelle organizzazioni nel contesto del clima culturale odierno ove, con quantità di
               conoscenze impensabili un tempo, si viene istruiti fondamentalmente su aspetti esteriori del
               sapere, sui vari aspetti della natura che ci circonda, sugli eventi del passato e del presente, sulle
               tecnologie  disponibili,  ecc.,  e  solo  minoritariamente  e riduzionisticamente  sulla  qualità  di
               conoscenza di sé stessi, sulla natura della propria mente e del proprio potenziale di crescita.
               L’età anagrafica non è garanzia di crescita di consapevolezza delle dinamiche in essere nella
               propria mente e soprattutto della potenziale magnanimità ed ampiezza di visione del proprio



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