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cuore al quale non si attinge abbastanza. Da questa limitata prospettiva si tende poi a
determinare il successo o l'insuccesso di una persona sulla base di un approccio quantitativo-
utilitaristico-omologativo; spesso o a volte in realtà essenzialmente emotivo e non QI-
apprenditivo poichè autoreferenzialmente basato sul costrutto identitario esteriore del me-mio
da proteggere o difendere a tutti i costi, anziché su un costrutto identitario interiore di sé
integrato di consapevolezza spirituale e relativo sviluppo di padronanza di sé che desidera
apprendere e crescere e che sa emozionarsi con aspetti di bellezza e qualità relazionale. E che
seguendo detto ‘senso indentitario interiore’ sviluppa consapevolezza sociale e competenze
sociali che volgono a costruire insieme il nostro bene comune, con senso di identità condivisa.
Cuore e conflitti interiori
Come è ora ben risaputo, persone con un elevato QI non necessariamente riescono a realizzare
i propri obiettivi nella vita o a cogliere le opportunità potenziali; e d’altra parte ci sono numerosi
esempi di persone che si riteneva intellettualmente “indietro” e che invece hanno contribuito
significativamente a grandi realizzazioni o che hanno vinto sfide impensabili, da loro presentite
con lungimiranza di intelligente visione d’insieme. Com'è stato possibile? La risposta è
l’avvenuto esercizio di personale intelligenza spirituale. Generalmente parlando la curiosità,
fondamentalmente rivolta acquisitamente verso l’esteriore è insufficientemente rivolta
consapevolizzantemente verso l'interiore, tranne nei momenti in cui si è colpiti da un dolore o
da una crisi. Ma anche in quei momenti cupi a volte non ci si attiva in un'indagine spirituale che
riveli tratti di “identikit” del sé-me interiore e delle relative logiche di surrogazione del proprio
dolore psicologico o delle proprie paure e si rimane piuttosto in una triste immobilità
inconsapevole ove si proiettano o riverberano emotivamente immagini del passato o di fuga-
fantasia come se fosse un accadimento ancora in essere. Quindi si continua ad essere “servi"
della propria mente (una parte di essa), piuttosto che padroni di essa, controllati da ricordi,
emozioni e credenze; da paure-insicurezze e rabbia. Quest’ultima anch’essa una forma di paura;
a volte o spesso energizzato-accusatoria con “certificazione di responsabilità dolosa altrui”, che
nasconde nella paura aggressiva la “delega” ad altri di proprie responsabilità.
Il fatto di essere asserviti in taluni momenti a volontà non controllata “non posso farci nulla, è
più forte di me” (ma chi sarebbe questo lui più forte di me?) ha una strana connotazione; è
come se si fosse in coabitazione mentale con qualcun altro (altra identità) dalle forti convinzioni,
per cui si fa a volte ciò che non si vuole, poi ci si pente di averlo fatto e poi lo si fa di nuovo!! Per
poi magari criticare e persino “certificare” con severità qualcuno per aver fatto il medesimo
errore.
Davvero strano, se ci si pensa bene; “ma come si permette questo intruso emotivo” - si
potrebbe in un certo senso dire - “che prevale sulla mia coscienza incluse le credenze di cui sono
certo quando la mia mente è chiara!” Ragionando in termini di dualità essere-avere, è come se
ci fosse un proprio sé orientato all’essere ed un me orientato al voler avere (ragione, prestigio,
possesso, “salvezza materiale”, ecc.), con tipologie di bisogni (veri e presunti) evidentemente
diversi, che coesistono con momenti di tregua alternati a fasi di contesa; due dimensioni della
persona disunificate, non “in fase” tra loro.
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