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connessioni ad elementi di paura, colpa, vergogna, giudizio, illusione e relative forme di
                  attaccamento (corto circuiti tra detti elementi, che li credenzializzano e fissano in schemi
                  comportamentali ripetitivi ed “autoavveranti”) che si trascinano nel tempo, spesso senza
                  consapevolezza di essi; e le relative “soluzioni” emotive a base di “dopaggio” o “anestesia
                  locale” (appunto) o, nei casi più gravi, “anestesia totale”, con forme di psicopatia accentuata
                  che conduce la persona ad un forte distacco da sé stessa e dalla realtà.

                Vergogna

                  La bioenergetica (psicoterapia corporea ideata da Alexander Lowen), così come lo yoga ed
                  altre visioni psicoterapiche, affermano che la vergogna è il “demone” del terzo chakra, ove
                  quest’ultimo viene inteso come importante dimensione “sottile” dell’essere (“disco-snodo-
                  campo” di psicoenergie) che ha che fare con l’individuazione - lo sviluppo di una sana volontà
                  autonoma  così come concepita dallo psicologo Carl Gustav Jung  -  e  quindi  di  un ego
                  consapevolizzato che sia espressione di sana assertività delle proprie qualità personali e
                  senso di mission personale - identità energetiva di can do spirit centrato su propri forti valori
                  (da cui l’importanza di sviluppare il cosidetto grounding “essere ben piantato per terra”) – e
                  quindi fondamento psicodinamico di slancio proattivo. Tutto ciò  in contrapposizione
                  all’espressione di un egoico mettersi al centro per sottrarre energie e risorse dagli altri. Ora,
                  se sulla base di una non buona immagine di sé (legata spesso a traumi infantili, punizioni e
                  violenze e relative reazioni di “difesa” emotivizzate) “l’esteriore è più forte dell’interiore” e
                  ci si sente inadeguati e fuori posto, allora la volontà personale può diventare carente o
                  spezzata (con forme di passività  ed anche autolesionismo).  Inoltre, il “demone” della
                  vergogna può  arrivare  anche ad  attivare dinamiche  causa-effetti  di  reazione di  auto-
                  affermazione forzata sugli altri e a volte compulsiva, con uno scaricamento di energie in
                  eccesso che non trovano sbocco relazional-qualitativo;  un “repertorio” di  reazioni
                  compensative  del proprio senso di rischio di  perdita,  di mancanza  e di crisi  con  uso di
                  strategie di manipolazione e imposizione di volontà per prendere dagli altri e mantenere su
                  di essi forme di controllo. La propria coscienza viene “dopata” e “anestesizzata” da false
                  ‘autoverità’, cioè illusioni, e relative emozioni alterate e da piacere sensoriale, e si vive in una
                  dimensione artificiale  e “su di giri”; fin quando non arrivi  (se mai arriverà)  una crisi
                  smascheratoria di insostenibilità che nell’utile astinenza da tossicità spirituali
                  (manipolazione, aggressività, falsificazione della realtà, ecc.) ispiri comprensione della genesi
                  del proprio dolore e delle dinamiche di bugie di sopravvivenza di cui si è fatto uso.
                  Necessario perdonarsi e perdonare, in modo da liberarsi e liberare da insalubri disfunzioni
                  spirituali (accusa, autogiustificazione, ecc.); e necessario sviluppare (per i casi di volontà
                  carente o spezzata) senso del diritto di assertività e di attaccare il “demone” della vergogna
                  che cerca di spegnere ogni nascente slancio di crescita spirituale e che persistentemente
                  “sussurra” alle “orecchie interiori”: “non riesci a combinare niente di importante, non fa per
                  te!”. Assai lecito un deciso confronto interiore liberatorio che ben definisca i termini della
                  questione, in termini disassociativi: “non sono un campione, ma sto facendo del mio meglio
                  e provando e riprovando migliorerò sempre; mia forza avversa, mio detrattore di energie,
                  che mi hai trattento nella mediocrità e a volte nella disperazione, io ora ho deciso che ne
                  esco fuori!”. Se vi è un proprio nemico interiore, esso va affrontato come tale; l’alternativa
                  è continuare a tenerselo buono in una relazione simbiotica, ad essergli fondamentalmente
                  soggetto ed essere sempre la stessa persona fondamentalmente … perdente. Questo è il
                  senso di divenire una persona nuova e sperimentare la rinascita-creazione del nuovo sé


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